11.11

scritto da Sandra Azzaro
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Autore del testo

Immagine di Sandra Azzaro
Autore del testo Sandra Azzaro
Immagine di Sandra Azzaro
Ci sono luoghi che sembrano esistere fuori dal tempo. La Libreria 11:11, nascosta tra le strade di Seoul, è uno di questi. Tra scaffali colmi di libri, un'antica scala a chiocciola e un vecchio orologio a pendolo che suona soltanto alle 11:11, la v
- Nota dell'autore Sandra Azzaro

Testo: 11.11
di Sandra Azzaro

CAPITOLO 1- Primo rintocco

Ci sono luoghi che sembrano appartenere ad una città.
E poi ce ne sono altri che sembrano appartenere al tempo.
Quando sollevai la serranda, il rumore del metallo ruppe il silenzio del vicolo.
Era ancora presto. A quell'ora Seoul sembrava trattenere il respiro prima di lasciarsi travolgere dal rumore della giornata. Le prime caffetterie stavano aprendo, l'aroma del caffè appena macinato si mescolava all'aria fresca del mattino e qualche impiegato attraversava la strada con il telefono già in mano e lo sguardo perso chissà dove.
Io, invece, ogni mattina facevo la stessa identica cosa.
Alzavo gli occhi.
L'insegna di legno era lì, sospesa sopra la porta da molto prima che io nascessi.
11:11 ??
Sotto, in caratteri più piccoli, qualcuno aveva inciso anche la traduzione.
Libreria 11:11.
Il legno era consumato dal tempo e la vernice dorata si era scolorita in alcuni punti. Ogni primavera il nonno diceva che sarebbe stato il momento di restaurarla.
Ogni primavera finiva per cambiare idea.
«Le cose troppo perfette non raccontano più nessuna storia», ripeteva.
Avevo smesso di contraddirlo anni prima.
Da bambina, invece, gli facevo domande su qualsiasi cosa.
Una delle mie preferite riguardava proprio quel nome.
«Perché una libreria dovrebbe chiamarsi come un'ora?»
Ricordo ancora il sorriso che gli comparve sul viso quel giorno.
Continuò a spolverare gli scaffali senza nemmeno voltarsi verso di me.
«Perché alcuni nomi è meglio non cambiarli.»
Aspettai una spiegazione.
Non arrivò mai.
Con il tempo imparai che il nonno era fatto così.
Quando una domanda riguardava il passato della nostra famiglia, diventava improvvisamente bravissimo a cambiare argomento.
Io, invece, ero diventata bravissima ad accorgermene.
Spinsi la porta.
Il piccolo campanello sopra l'ingresso tintinnò delicatamente.
Ogni volta produceva lo stesso suono.
Chiaro.
Leggero.
Familiare.
Inspirai profondamente.
Il profumo della carta antica mi avvolse all'istante.
Libri vissuti.
Legno consumato.
Una lieve nota di tè che sembrava essersi nascosta tra gli scaffali decenni prima e che nessun profumo moderno era mai riuscito a cancellare.
Casa.
Se qualcuno mi avesse bendata e accompagnata lì dentro, avrei riconosciuto la libreria semplicemente respirando.
Era buffo.
Molte persone ricordano la propria casa attraverso una fotografia.
Io la ricordavo attraverso un odore.
La Libreria 11:11 non era grande.
Anzi.
La maggior parte dei clienti, entrando per la prima volta, rimaneva sorpresa dalle dimensioni.
Poi alzava gli occhi.
Ed era lì che tutto cambiava.
Gli scaffali salivano quasi fino al soffitto, uno sopra l'altro, come se cercassero di raggiungere il piano superiore. C'erano romanzi, raccolte di poesie, vecchi dizionari, prime edizioni e libri talmente antichi da non avere più un posto nelle librerie moderne.
Ogni scaffale aveva una storia.
E il nonno sembrava conoscerle tutte.
Al centro della sala si innalzava una grande scala a chiocciola in ferro battuto.
Da bambina ero convinta che fosse stata costruita da un mago.
Mi sembrava impossibile che qualcuno fosse riuscito a piegare il ferro in quel modo, trasformandolo in qualcosa di così elegante.
Avevo perfino provato a salirci facendo finta di essere una principessa.
Ero caduta dopo tre gradini.
Il nonno aveva riso per almeno cinque minuti.
Sotto la scala riposava il vecchio orologio a pendolo.
Era enorme.
Molto più alto di me.
Il legno scuro era attraversato da piccole crepe che gli davano ancora più fascino, mentre il vetro rifletteva gli scaffali della libreria come uno specchio antico.
Non ricordavo di averlo mai visto segnare un'ora diversa.
Le lancette indicavano sempre...
Le undici e undici.
Mi fermai qualche secondo a fissarlo.
Ogni tanto mi domandavo se fosse davvero rotto oppure se il nonno si dimenticasse semplicemente di aggiustarlo.
La seconda ipotesi era quasi impossibile.
Il nonno riparava qualsiasi cosa.
Libri.
Sedie.
Cornici.
Persino vecchie radio comprate nei mercatini dell'usato.
Eppure quell'orologio era rimasto fermo per tutta la mia vita.
Forse gli piaceva così.
O forse...
«Se continui a fissarlo, non ricomincerà a funzionare.»
Sobbalzai.
Mi voltai di scatto.
Il nonno era appoggiato allo stipite della porta del retro con due tazze fumanti tra le mani.
Aveva ancora il grembiule marrone pieno di polvere di carta e gli occhiali leggermente scivolati sulla punta del naso.
Sorrise divertito.
«Buongiorno anche a te.»
Io incrociai le braccia.
«Da quanto sei lì?»
«Abbastanza da capire che stavi parlando con un orologio.»
«Non stavo parlando.»
«Allora gli stavi lanciando un'occhiata poco rassicurante.»
Non riuscii a trattenere una risata.
«Ti inventi sempre tutto.»
«È il privilegio dell'età.»
Mi porse una delle due tazze.
Il profumo del tè riempì immediatamente l'aria.
«Grazie.»
«Hai fatto colazione?»
Abbassai gli occhi verso la tazza.
«Sì.»
Lui mi osservò per qualche secondo.
Poi sospirò.
«Stai mentendo.»
Il primo cliente entrò alle nove e sette minuti.
Il campanello sopra la porta tintinnò con il suo suono delicato e familiare, così leggero da sembrare quasi un saluto.
«Buongiorno,» disse una signora anziana, stringendo tra le mani una borsa di tela scolorita.
«Buongiorno,» risposi con un sorriso.
La conoscevo. Non ricordavo il suo nome, ma sapevo esattamente cosa avrebbe fatto. Avrebbe salutato il nonno con un lieve inchino, avrebbe percorso lentamente il corridoio centrale, si sarebbe fermata davanti allo scaffale della narrativa e avrebbe sfiorato il dorso dei libri con la punta delle dita, come se stesse salutando vecchi amici.
Lo faceva ogni martedì.
E quasi ogni martedì usciva senza comprare nulla.
Il nonno diceva che c'erano persone che entravano nelle librerie non per acquistare storie, ma per ricordarsi che esistevano.
Non avevo mai capito davvero quella frase.
Adesso iniziavo a pensarci più spesso.
Mentre la signora curiosava tra gli scaffali, iniziai a sistemare alcuni volumi appena arrivati.
Li allineavo con attenzione, controllando che nessuno sporgesse più degli altri. Era un'abitudine che avevo preso dal nonno. Diceva sempre che una libreria ordinata trasmetteva pace ancora prima che il cliente trovasse il libro giusto.
«Non essere troppo precisa,» mi rimproverava ogni tanto.
«Perché?»
«Perché una libreria perfetta sembra un museo. Una libreria deve sembrare vissuta.»
Così lasciavo sempre un piccolo dettaglio fuori posto.
Un libro leggermente inclinato.
Una tazza dimenticata sul bancone.
Una matita infilata tra le pagine di un quaderno.
Erano piccole imperfezioni che rendevano quel luogo vivo.
Verso metà mattina arrivarono due studenti universitari.
Parlavano fitto fitto, discutendo di un esame.
Uno cercava un manuale, l'altro finì davanti allo scaffale della poesia.
Lo osservai prendere un libro quasi distrattamente.
Lo aprì.
Lesse poche righe.
Poi rimase immobile.
Succedeva spesso.
Le persone entravano cercando una cosa e ne trovavano un'altra.
Forse era questo il vero motivo per cui amavo le librerie.
Non ti davano sempre ciò che volevi.
A volte ti davano ciò di cui avevi bisogno.
Il nonno mi lanciò uno sguardo compiaciuto, come se avesse intuito i miei pensieri.
«Che c'è?» gli chiesi.
«Niente.»
«Stai sorridendo.»
«Stavo solo pensando che questa libreria sta iniziando a sceglierti.»
Aggrottai la fronte.
«Sono io che lavoro qui.»
Lui scoppiò in una risata.
«No, Lia. È diverso.»
Lo disse con una naturalezza disarmante.
Come se quella frase avesse un significato ovvio.
Come se una libreria potesse davvero scegliere qualcuno.
Non insistetti.
Con il nonno era così.
Ogni tanto pronunciava frasi che sembravano uscite da un romanzo, poi tornava a spolverare gli scaffali come se non fosse successo niente.
E io avevo imparato che chiedere spiegazioni serviva a poco.
Prima o poi era la libreria stessa a darle.
Verso mezzogiorno la libreria era immersa in quel silenzio particolare che avevo imparato ad amare fin da bambina.
Non era un silenzio vuoto.
Era fatto di pagine sfogliate con delicatezza, di passi lenti sul pavimento in legno e del lieve fruscio delle tende mosse dalla brezza che entrava dalla porta socchiusa.
C'erano giorni in cui mi bastava restare seduta dietro il bancone per sentirmi felice.
Osservavo le persone.
Era diventato quasi un gioco.
Provavo a immaginare chi fossero prima ancora che aprissero bocca.
L'uomo in giacca e cravatta che stringeva un romanzo giallo probabilmente lavorava troppo e aveva bisogno di evadere.
La ragazza con lo zaino pieno di libri sottolineati sembrava una studentessa di lettere.
La coppia che sfogliava guide di viaggio, invece, discuteva da dieci minuti senza riuscire a decidere quale meta scegliere.
«Kyoto.»
«No, Hokkaido.»
«Kyoto.»
«Hokkaido.»
Sorrisi tra me e me.
«Scommetto che alla fine andranno a Busan,» mormorai.
Il nonno, intento a registrare alcune vendite, alzò appena lo sguardo.
«Perché Busan?»
«Perché dopo tutto questo discutere sceglieranno il posto più semplice.»
Lui rise piano.
«Le persone fanno spesso così.»
«Cioè?»
«Passano la vita a cercare qualcosa di straordinario... poi scoprono che ciò di cui avevano bisogno era molto più vicino.»
Mi voltai verso di lui.
«Anche questa è una delle tue frasi misteriose?»
«No.»
Chiuse il registro.
«Questa è solo esperienza.»
Lo guardai con un sorriso.
A volte dimenticavo quanti anni avesse.
Non perché sembrasse giovane.
Anzi.
I capelli ormai completamente bianchi e le rughe profonde raccontavano una vita lunga e piena.
Ma i suoi occhi...
Quelli non erano mai invecchiati.
Erano gli occhi di qualcuno che continuava a stupirsi davanti alle piccole cose.
Li avevo sempre invidiati.
Mentre sistemavo alcuni segnalibri vicino alla cassa, il mio sguardo cadde ancora una volta sull'orologio.
Era lì.
Immobile.
Silenzioso.
Eppure quel mattino non riuscivo a smettere di guardarlo.
Era una sensazione strana.
Come quando hai la certezza di aver dimenticato qualcosa, ma non riesci a capire cosa.
«Nonno...»
Lui non rispose.
Continuava a osservare un vecchio volume rilegato in pelle, ma capii subito che non stava leggendo.
Era distratto.
«Ti posso fare una domanda?»
«Me ne fai molte.»
«Una in più.»
Chiuse lentamente il libro.
«Sentiamo.»
Indicai l'orologio.
«Hai mai provato ad aggiustarlo davvero?»
Per qualche secondo rimase in silenzio.
Troppo in silenzio.
«Sì.»
Aggrottai la fronte.
«E?»
«Non ha voluto.»
Scoppiai a ridere.
«Gli orologi non decidono.»
«Ne sei proprio sicura?»
Lo disse con un tono così serio che la mia risata si spense lentamente.
«Stai scherzando... vero?»
Il nonno mi guardò.
Poi, come faceva sempre quando una conversazione si avvicinava troppo a qualcosa che non voleva raccontare, cambiò argomento.
«Hai finito di catalogare gli ultimi arrivi?»
Sospirai.
«Sei impossibile.»
«Lo so.»
Ma questa volta non sorrise.
Abbassai gli occhi.
Fu allora che mi accorsi di un dettaglio.
La piccola chiave d'ottone che il nonno teneva sempre appesa al portachiavi non era più lì.
La cercai con lo sguardo.
Niente.
Era scomparsa.
«Nonno... dov'è la chiave dell'orologio?»
Per la prima volta da quella mattina, vidi un'ombra attraversargli il volto.
Una preoccupazione autentica.
Istintiva.
Come se quella domanda fosse arrivata nel momento peggiore possibile.
Lui infilò lentamente una mano nella tasca del cardigan.
La tirò fuori.
Tra le dita stringeva proprio quella piccola chiave.
La richiuse immediatamente nel pugno.
«È qui.»
Lo disse quasi sottovoce.
Come se non volesse che qualcun altro lo sentisse.
O forse...
Come se non volesse convincere me.
Un brivido leggerissimo mi attraversò la schiena.
Non avevo idea del perché.
Ma, per la prima volta nella mia vita, ebbi la netta sensazione che il vecchio orologio sotto la scala non fosse soltanto un vecchio orologio.
E che il nonno lo sapesse da sempre.
Il pomeriggio scivolò via lentamente.
Fuori, la luce dorata iniziò a cambiare colore. Il sole si abbassava dietro i tetti di Seoul e le ombre del vicolo si allungavano fino a sfiorare la soglia della libreria.
Era il mio momento preferito.
Quando il giorno e la sera si incontravano per qualche istante, tutto sembrava rallentare.
Anche i clienti diminuivano.
Uno dopo l'altro uscivano con un libro sotto il braccio o semplicemente con un sorriso, salutando il nonno come si saluta un vecchio amico.
«A domani.»
«Buona serata.»
«Mi tenga da parte quel romanzo.»
Il campanello sopra la porta continuava a suonare.
Ogni volta con lo stesso timbro limpido.
Ogni volta un po' più raro.
Fino a quando la libreria rimase vuota.
Chiusi lentamente il registro delle vendite.
«Non è andata male.»
«No,» rispose il nonno.
La sua voce, però, era diversa.
Più bassa.
Più distante.
Mi voltai verso di lui.
Era fermo davanti alla finestra.
Non osservava il vicolo.
Osservava il riflesso dell'orologio nel vetro.
Seguii il suo sguardo.
Le lancette erano ancora lì.
Immobili.
Le undici e undici.
«Nonno...»
Lui sembrò risvegliarsi da un pensiero lontano.
«Chiudi pure la porta.»
Annuii.
Girare il cartello da APERTO a CHIUSO era sempre stato il gesto che preferivo.
Era come dire alla libreria:
Hai fatto abbastanza per oggi. Adesso puoi riposare.
Abbassai la serranda a metà, lasciando filtrare gli ultimi raggi del tramonto.
Il silenzio riempì ogni angolo.
Sentii il vecchio pavimento scricchiolare sotto i miei passi.
Il ticchettio dell'orologio...
No.
Mi fermai.
L'orologio non ticchettava.
Non l'aveva mai fatto.
Eppure, per un istante, avrei giurato di aver sentito un suono.
Guardai il nonno.
Lui era immobile.
Aveva una mano appoggiata al bancone e l'altra chiusa attorno alla piccola chiave d'ottone.
La stringeva così forte che le nocche erano diventate bianche.
«Va tutto bene?»
Esitò.
Poi annuì.
«Sì.»
Mentiva.
Lo capii senza sapere come.
Era la prima volta che vedevo il nonno avere paura.
Non una paura improvvisa.
Sembrava l'attesa di qualcosa che conosceva fin troppo bene.
Come chi aspetta una visita che sa già arriverà.
Provai a rompere quel silenzio.
«Ti preparo un tè?»
Lui sorrise appena.
«Volentieri.»
Andai nel piccolo angolo cucina dietro il bancone.
Mentre l'acqua iniziava a scaldarsi, osservai la libreria.
Gli scaffali.
La scala.
L'orologio.
Per un attimo mi sembrò che tutto fosse sospeso.
Come se anche i libri stessero aspettando.
Scossi la testa.
«Sto diventando matta,» mormorai.
Il bollitore iniziò a fischiare.
Preparai due tazze.
Una per me.
Una per il nonno.
Quando tornai, lui era ancora sotto la scala.
Con gli occhi fissi sull'orologio.
Mi avvicinai.
Gli porsi la tazza.
«Grazie.»
Le sue mani tremavano leggermente.
Non gliele avevo mai viste tremare.
Il mio stomaco si strinse.
«Nonno... che cosa stai aspettando?»
Lui abbassò lo sguardo sulla tazza fumante.
Per lunghi secondi non disse nulla.
Poi parlò.
«Ci sono giorni...»
Fece una pausa.

«...che ritornano sempre.»
Le sue parole rimasero sospese nell'aria.
Non capivo.
Eppure qualcosa, dentro di me, mi diceva che avrei dovuto ricordarle.
Fu allora che il campanello della porta tintinnò.
Una sola volta.
Chiara.
Cristallina.
Il cuore mi balzò in gola.
Mi voltai istintivamente verso l'ingresso.
La porta...
Era ancora chiusa.
Eppure ero sicura di aver sentito il campanello.
Guardai il nonno.
Aveva chiuso gli occhi.
Inspirò lentamente.
Come se quel suono fosse esattamente quello che stava aspettando.
Poi li riaprì.
E, con una voce appena più alta di un sussurro, disse:
«È arrivato.»
Il sangue mi si gelò nelle vene.
«Chi...?» sussurrai.
Prima ancora che potesse rispondermi...
La maniglia della porta iniziò lentamente ad abbassarsi.

11.11 testo di Sandra Azzaro
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